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domenica 11 gennaio 2015

Inteviste eccellenti: il Carmelo Sardo di Malerba



La Malerba che non brucia piu':ce la racconta Sardo


Dalla Rubrica Le Eccellenze
Mercoledì 11 Giugno 2014 - 06:55,  Federica Ferretti





Il tema caldo, dalla drammatica attualità, della "fine pena mai", sta per essere   raccontato  in un modo diverso, per tanti, troppi versi, addirittura toccante.
Carmelo Sardo, il noto giornalista del Tg 5, in verità già nostro ospite, è appena uscito con il suo Malerba (Mondadori).
E torna oggi sul nostro Corriere, in una maniera altrettanto  inaspettata, fin quasi soprendente: ha scelto così di contribuire alla nostra inchiesta sulla scrittura-giornalismo.



F.F. Il carcere è un tema caldo, un tema con cui occupare le pagine di cronaca certi di fare scalpore. Nell’ottica di Carmelo Sardo, noto giornalista del Tg5, che ha scritto il suo secondo libro “Malerba” a quattro mani con l’ergastolano Giuseppe Grassonelli,  no. C’è umanità nel suo raccontare la “fine pena mai”. Che vuol dire?
La nostra costituzione prevede che il carcere serva a recuperare chi ha sbagliato, non a punirlo. Deve cioè restituire alla società uomini nuovi, diversi, tornati nella legalità. Conosco personalmente storie di criminali che sono entrati in carcere come uomini a perdere, e che invece, seguiti adeguatamente da educatori, da personale qualificato, da docenti universitari che svolgono un lavoro silenzioso ma efficace, si ritrovano e imboccano straordinari percorsi di recupero. Io ho passato a 20 anni,  9 mesi in un carcere di massima sicurezza come agente di custodia per il servizio militare ed ho trovato più umanità in quel carcere che in molti ambienti della vita sociale.
F.F. Cosa hanno visto e vedono gli occhi di Carmelo?
Dentro ho visto la voglia di riscatto, di rinascita di chi ha sbagliato e con dignità sta scontando la sua pena. Fuori vedo, specie nei palazzi del potere, un preoccupante disincanto verso le esigenze fisiologiche dei condannati. Basti guardare le condizioni pietose in cui versano le nostre carceri e i continui bacchetta menti dell’Europa al nostro paese che non fa abbastanza per rendere più civile e decorosa la detenzione.  
F.F. Perché tanto interesse e “familiarità” con una simile tematica?
Proprio perché ci sono passato. Come dicevo prima ho fatto il militare nel corpo della polizia penitenziaria e ho toccato con mano una realtà che da fuori uno non immagina neanche. Dietro le sbarre ci sono uomini veri, padri di famiglia, mariti, figli, che sanno di aver sbagliato ma non per questo bisogna chiudere loro la porta in faccia. Ho passato lunghe notti di servizio a parlare con loro, a sentire le loro ansie, le loro angosce, pentiti degli errori e pronti a dimostrare di essere diversi, nuovi.

F.F. Chi è Malerba davvero?
Malerba è un uomo straordinario, di un’intelligenza fuori dal comune. Un uomo entrato in carcere a 26 anni semianalfabeta e dopo 22 anni di dura prigione, oggi è un uomo di grande cultura, laureato in lettere  moderne con 110 e lode. Malerba, erba tinta, erba cattiva, è Giuseppe Grassonelli, come veniva chiamato nella sua Porto Empedocle quando era un ragazzo. Poi un giorno gli hanno sterminato la famiglia, la mafia voleva morto anche lui, e il destino lo ha trascinato in una storia drammatica contenuta nel libro che abbiamo scritto insieme, Malerba appunto, edito da Mondadori, collana Strade blu.  
F.F. Sei venuto in Abruzzo, precisamente nel carcere di Sulmona per discuterne. Cosa pensi della nostra regione anche alla luce di questa “visita”?
Abbiamo parlato di “fine pena mai” e ho potuto apprezzare le sensibilità vere degli abruzzesi sollecitati su un tema così delicato. Vi hanno preso parte oltre 500 persone, e non solo professionisti, ma anche comuni cittadini, abruzzesi che hanno scaldato le corde più recondite dell’animo di fronte al dramma vissuto dagli ergastolani che sono intervenuti con le loro angosciose storie. L’Abruzzo è una terra cosi’ meravigliosa, pensate che lo stesso Giuseppe Grassonelli, quando l’hanno trasferito qui nel carcere di Sulmona e ha notato cosa si vedeva dalla sua cella, mi ha raccontato di non aver dormito la notte incantato a guardare le montagne che non aveva mai visto in altre carceri e ad annusare l’aria d’Abruzzo.  
F.F. Pensi che Il tuo Giuseppe Grassonelli possa davvero essere riabilitato da una simile esperienza?E mi riferisco alla vostra avventura letteraria, perché lui è condannato all’ergastolo, giusto…?
Grassonelli è un uomo diverso, nuovo, cambiato, un’intelligenza che meriterebbe di essere restituita alla società. Ma ha subito l’ergastolo ostativo che non gli permette di accedere ad alcun beneficio: neppure un’ora di permesso per tutto il resto della sua vita. E credo sia un’inciviltà specie se pensiamo che altri criminali che hanno ucciso perfino poliziotti, sono in semilibertà dopo 20 anni di carcere e lui che ha ucciso mafiosi e sicari per sopravvivere e per vendicare i suoi cari, è destinato a marcire in una cella. 
F.F. Ti sentiresti di maturare una proposta di legge dopo questa tua-vostra esperienza così particolare?
Non spetta a me, semplice giornalista e scrittore, farlo. Ma ci sono associazioni che da anni si battono per questo con orgoglio e dignità e stanno raccogliendo sempre più consensi che prima o poi il governo dovrà rendersi conto che l’ergastolo ostativo è una pena di morte per i vivi. Sono fiducioso. F.F. Quanto ti ha ispirato l’avventura cinematografica dei fratelli Taviani “Cesare deve Morire”?
Non mi ha ispirato per niente perché non ho neppure visto il film e capisco che è una mia lacuna.

F.F. Secondo te, questa forma di punizione così estrema e per tanti troppi versi disumana, ha ancora un senso nelle carceri italiane?
Non ha più alcun senso, ma attenzione, solo per chi dimostra di essersi recuperato. Chiaro che per un mafioso all’ergastolo che dal carcere continua a lanciare minacce contro tutto e tutti e soprattutto contro i magistrati, come Totò Riina per intenderci, non merita alcun beneficio. Io  mi riferisco solo ai tanti Grassonelli sepolti nelle nostre carceri che sono diventate persone a cui affideresti i tuoi figli.  
F.F.  Cosa  senti di poter aggiungere a quanto già detto -fatto -proposto su questo tema?
Mi piacerebbe che chi governa questo paese andasse in carcere a incontrare i tanti Grassonelli, a passare con loro mezza giornata in cella, come ho fatto io. E chissà, forse capirebbero.


Federica Ferretti



© Riproduzione riservata

Interviste eccellenti: Carmelo Sardo

Come vi annunciavo, tra le emozionanti interviste che sono lieta di riproporvi, ecco le due rilasciate da un collega giornalista /autore Mondadori,  nonchè Vice capo redattore cronache Tg5,

Carmelo Sardo,

vincitore del premio Sciascia 2014,

che ho avuto l'onore e l'onere di ospitare prima nella Rubrica Cultura e poi, come leggerete nel prossimo post, ne 

Le Eccellenze,  sulla vecchia "storica" edizione on-line de 

IL CORRIERE D'ABRUZZO.

 

 

dalla Rubrica Cultura di

Giovedì 27 Giugno 2013  - 17:10,  
Federica Ferretti
@cantocignorosso

Il giornalista del Tg5 Carmelo Sardo ci racconta il suo libro 





L’Abruzzo è lieto di accogliere un giornalista di spicco, che ha scelto l'Aurum di Pescara, per presentare al pubblico il suo “Vento di Tramontana”, venerdì 28 giugno.
Il famoso giornalista del TG5, l'agrigentino Carmelo Sardo, affronta sotto forma di romanzo, il delicato tema delle situazioni delle carceri italiane, ovvero della vita che si svolge al loro interno.
L’ennesimo appuntamento di White 30, la manifestazione con cui, per tutto il mese di giugno l’Aurum ha dato voce a giovani autori di ogni forma artistica.
 

F.F. Quando ha iniziato a spirare il tuo Vento di tramontana? Carmelo Sardo. E’ una storia che mi portavo dentro come una forma di ossessione da più di vent’anni, da quando mi ero congedato dal servizio militare che svolsi nei primi anni '80 come agente di custodia assegnato nel famigerato carcere di massima sicurezza di Favignana,(Favonio nel romanzo), in Sicilia. Quell’esperienza a tratti atroce, devastante, in stretto contatto con detenuti fine pena mai, mi ha segnato profondamente. E’ stata per me uno svezzamento. La maturazione di un ragazzo che si fa uomo vivendo per nove mesi la realtà di un carcere con i suoi codici, le sue leggi non scritte, dove infine si scoprirà assieme a varia disumanità, anche tanta voglia di riscatto tra i detenuti; il bisogno di rifarsi una verginità etica; di redimersi. Come un ex boss condannato all’ergastolo che “sfrutta” l’amicizia con la giovane guardia per raggiungere il suo nobile obiettivo che non svelo per non far perdere al lettore il piacere della scoperta.  
F.F.Un argomento di sconvolgente attualità. Cosa ne pensi dei provvedimenti presi a tal riguardo dal governo?  
Carmelo Sardo. Si dice che il senso civico di un paese si misura dalle condizioni delle proprie carceri. Purtroppo le nostre carceri sono tra le peggiori al mondo. Sovraffollamento e fatiscenza di strutture non rendono la detenzione consona ai dettami della costituzione. E’ necessario prendere provvedimenti, e la linea del governo mi sembra sia stata tracciata nella giusta direzione. Bisogna alleggerire la popolazione carceraria e al contempo aumentare i posti. Che serva o meno un indulto non sta a me giudicarlo. Ma certo poter scontare gli ultimi residui di pena negli istituti preposti al recupero sociale, o a casa, per i detenuti con reati meno gravi, la trovo una scelta condivisibile.  
F.F. Un balzo nel passato: quando e perchè inizi ad occuparti di giornalismo...  
Carmelo Sardo. Per caso, grazie alla conoscenza fortuita con un giornalista della mia città, Agrigento, che mi soccorse e mi portò in ospedale dopo un incidente stradale che ebbi con la mia “vespa”. Dopo qualche tempo lo incontrai di nuovo e il destino volle che lui fosse appena diventato direttore di una tv privata locale e mi propose di fare un provino di conduzione del telegiornale: avevo la voce impostata dai miei precedenti corsi di recitazione e di canto, andò bene, e la sera stessa della prova mi mandò in onda in diretta. Era il 1983 e il giornalismo cominciò ad appassionarmi e mi fece abbandonare l’obiettivo che avevo di fare l’avvocato. Non mi sono mai pentito. 
F.F. Come sei arrivato a scegliere questa professione? 
Carmelo Sardo. Come ho detto sopra non l’ho scelta. E’ lei che ha scelto me diciamo così.  
F.F. Una storia che ti è rimasta particolarmnete impressa. 
Carmelo Sardo. In trentanni di carriera ce ne sono tante, troppe. Ma se devo isolarne una direi la drammatica uccisione nel 1990 del giudice Rosario Livatino. Fui il primo giornalista a giungere sul luogo dell’agguato e a vedere il giovane magistrato morto in una scarpata in fondo alla campagna agrigentina. Mi colpì parecchio la morte solitaria di quel giudice ragazzino, come lo ribattezzò l’allora capo dello stato Cossiga.  
F.F. Una storia che non avresti mai voluto raccontare.  
Carmelo Sardo. Tutte le morti tragiche di bambini. E purtroppo mi è successo di raccontarne molte. Da quella del piccolo Di Matteo, il figlio del pentito Santino, sciolto nell’acido dalla mafia, a quella del piccolo Tommaso Onofri massacrato dal suo rapitore. La crudeltà umana non ha limiti.  
F.F. Come e perché scegli di partecipare al nostro White?  
Carmelo Sardo. In realtà sono stato contattato dal responsabile della struttura organizzativa, Luca Russo, che mi conosce da tempo e ha sempre seguito la mia attività e gli sono grato per avermi onorato di chiudere questa rassegna che mi sembra di alto profilo culturale. 
F.F. Un balzo nel futuro… Hai già un altro libro nel cassetto? Carmelo Sardo. Ho due libri nel cassetto. Ma preferisco non anticipare nulla per ragioni contrattuali. Spero che presto vedano la luce. 
F.F. Un saluto ed un augurio per i lettori del nostro corriere… Carmelo Sardo. Un consiglio innanzi tutto; di leggere, leggere leggere. Di tutto. Dai classici, ai quotidiani, ai siti on line. Leggere non per istruirsi, ma per vivere come diceva Flaubert. E l’augurio che con tenacia e determinazione ciascuno centri i propri obiettivi. Un caro simbolico abbraccio a tutti e benedetti voi che vivete un questa terra magnifica che è l’Abruzzo.

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