martedì 20 gennaio 2015

Interviste eccellenti: Alessandra Appiano di Solo un uomo



SOLO UN UOMO

Venerdì 11 Ottobre 2013 - 10:03 Federica Ferretti


E così, a grande richiesta,  ripercorriamo a ritroso quell'idea, quel progetto, sin da quella che fu la prima intervista di presentazione della Rubrica Le Eccellenze, ...
 

Parte un progetto ambizioso: raccontare la realtà circostante con occhi ad ogni volta nuovi, aperti ad ogni volta ad indagare su un punto di osservazione diverso; una prospettiva che avrà la volontà di spostare l’angolazione, la nostra così come la vostra, per cogliere un altro spunto di vita, e di pensiero. Cogliere un’idea, costruire un’ immagine che può essere diversa rispetto a quanto già detto, sentito, esaminato. Partono mini-inchieste che hanno il sapore della scoperta di un filo rosso più o meno consistente, palpabile, di cui forse, non ci eravamo accorti. O che avevamo seguito solo a metà.

Questa settimana, raccontiamo storie di donne che hanno fatto della scrittura non solo un vanto, quanto un punto di rinnovamento, di rinascita in senso lato. Esploreremo i sentieri della comunicazione scritta, rendendoci ad un certo punto conto delle possibilità che offre la parola. Infinite, come infinite sono le sfaccettature dell’animo muliebre. Nomi noti sul paino internazionale affiancano quelli che ci tengono compagnia a livello regionale. Ma sono anche donne che si lasciano ammirare per un altro comune denominatore: l’umiltà. Dalla famosa scrittrice Alessandra Appiano, che molti di voi ricorderanno soprattutto perché legato al successo della rubrica di Donna Moderna “Amiche di salvataggio”, ora in uscita con il suo ultimo inno all’amore: Solo un uomo, (Garzanti) a Rita Rocca, giornalista professionista presso la redazione di Inviato Speciale, il rotocalco del Giornale Radio Rai, attualmente impegnata nella promozione del suo primo corto metraggio Eu-daymonia. Fino  alla nostrana Gigliola Edmondo, dell’abruzzese Rete 8. Donne accomunate dalle potenzialità della scrittura, che diventa “insospettabilmente creativa” e ci stupisce, come non avreste mai detto.






Alessandra Appiano ha raggiunto il successo con il suo primo romanzo Amiche di salvataggio (vincitore del Premio Bancarella 2003), e da allora non ha più smesso di indagare sull’animo femminile. Da Domani ti perdono, a Scegli me, da Le vie delle signore sono infinite a Le belle e le bestie, da Il cerchio degli amori sospesi al suo ultimo Solo un uomo (appena uscito per Garzanti) la sua cifra è quella della ironia mista alla partecipazione. Ha un passato di autrice di numerose trasmissioni tv (tra cui Passaparola) e un presente da opinionista (la si vede spesso a Verdetto Finale e a La vita in diretta).



Da anni cura su Donna Moderna la rubrica Amiche di salvataggio e ora anche l’omonimo e seguitissimo blog. 

F.F. Ciao Alessandra. Presentarti non è facile, si rischia sempre di trascurare qualcosa, perciò ti lascio subito la parola: racconta ai lettori de ilcorrieredabruzzo.it come riuscire ad emergere in un’Italia di santi poeti e… scrittori, appunto! 
A. A. Sicuramente vincere un premio importante come il Bancarella mi ha molto aiutato, Amiche di salvataggio è stato un bestseller e quando arrivi a un pubblico così vasto rimane uno zoccolo duro di lettori che giova anche ai romanzi successivi.

Però dal 2003 a oggi sono passati dieci anni e gli scenari sono molto cambiati, purtroppo l’editoria (come il giornalismo) sono settori colpiti da una pesante crisi, non solo economica. Internet ha cambiato tutti i giochi. E rimanere in pista è sempre più complicato: moltissimi romanzi belli non hanno avuto modo di arrivare non dico al grande pubblico, ma proprio al pubblico. 
F.F.Segui un filo rosso nella compilazione delle tue opere? 
A.A.Ogni mio romanzo nasce da un’idea forte, da qualcosa che urge per venire alla luce. E che devo assolutamente raccontare. 
F.F.Tre aggettivi che useresti per descriverti come donna… 
A.A.Generosa, solare, estroversa, a tratti persino temeraria…ma, come tutti, a momenti posso anche essere il contrario: introversa, fragile, ripiegata su me stessa. E scrivere è un esercizio che richiedere isolamento e solitudine. 

F.F.Partiamo dal titolo del tuo ultimo romanzo… 
A.A.Il titolo gioca su un doppio binario: Solo un uomo può far venire in mente qualcosa di molto romantico, tipo c’è solo un uomo che conta davvero nella vita. Ma anche qualcosa di relativo e di ironico, del tipo “vabbè è solo un uomo, che cosa pretendere?”. Nel romanzo gli uomini sono la chiave per ripercorrere a ritroso la vita di Camilla, protagonista del mondo dello spettacolo svanita nel nulla. Alla sua migliore amica Alice, madre single sfortunata nell’amore, ha lasciato due buste che celano gli indizi per scoprire una specie di mappa del tesoro. Che rimetterà insieme pezzi di cuore e il dono del coraggio per spiccare il volo. Non possiamo svelare di più perché il tuo ultimo romanzo è anche un giallo sentimentale…Però Camilla dimostra una voglia di “rinascere” contagiosa.
Io ho sempre raccontato di persone a un punto di svolta: Camilla è una donna di successo che sta vivendo una profonda crisi esistenziale. Siccome è una persona dalle mille risorse, userà la sua crisi per aiutare se stessa e la sua amica Alice. Sparendo in modo misterioso sonda le possibilità di una vita nuova per tutte e due. Del resto rinascere, reinventarsi per se stessi e per gli altri è la missione (e la condanna) delle persone dotate di un’energia speciale. 

F.F.In questo libro c’è il tema a te più caro: il valore salvifico della solidarietà femminile…  
A.A.Sì, e c’è anche la capacità inesauribile delle donne di risorgere dalle ceneri delle loro sconfitte sentimentali. E di rilanciare, sempre. Però le figure maschili sono positive, la solidarietà femminile non deve diventare un patto contro gli uomini.



F.F.Sulla copertina di Solo un uomo c’è scritto: credevo di conoscere l’amore . Ma in amore non ci sono regole , si imparata tutto sulla propria pelle… 
A.A. Sì sull’amore non c’è nessuna teoria che valga, si impara tutto sulla propria pelle, e, per dirla alla Camilla, ogni cicatrice è poesia life. Però non si soffre mai invano. Spesso per arrivare all’uomo giusto bisogna passare da quello sbagliato. Camilla è una donna libera, indipendente. 
F.F.Cosa significa la libertà, oggi, per una donna? E quanto lontane siamo dal raggiungimento di uno status soddisfacente? 
A.A. Se guardiamo indietro, non possiamo non vedere i progressi.

 Solo mezzo secolo fa una trentenne single era una zitella acida e una cinquantenne una vecchia ciabatta. D’altro canto quando si leggono le continue violenze contro le donne, ci si chiede quando arriverà un mondo migliore, quello in cui una ragazza può uscire tardi la sera, vestita come le pare, senza rischiare di essere aggredita o anche solo importunata. 
F.F.Tu hai una rubrica e ora anche un blog che si chiama Amiche di salvataggio. Le tue amiche si aggrappano a te come a una zattera in una mare in tempesta? E tu fai lo stesso con loro? 
A.A. Le donne quando sono amiche sono proprio una zattera di salvataggio l’una per l’altra.
Tuttavia ammetto di assomigliare un po’ a Camilla, che tende a trascinare gli altri, e fatica a chiedere aiuto. Ma sto cercando di migliorare: in fondo viviamo per questo, per imparare a fare meglio la prossima volta.
Federica Ferretti



© Riproduzione riservata


venerdì 16 gennaio 2015

Interviste eccellenti: il compositore Paolo Buonvino.



Una di quelle emozioni che non passano, non si dimenticano, si perpetuano nella lettura di parole intramontabili, indimenticabili, pezzi di poesie che ti eleggono ad ascoltarle ogni volta.

Lui, è Paolo Buonvino, un altro siciliano che ha lasciato il segno. F.F.

Paolo Buonvino racconta la sua musica

Martedì 11 Febbraio 2014 - 15:28 Federica Ferretti

Paolo Buonvino, pluripremiato compositore siciliano

che ha al suo attivo più di 50 colonne sonore, ha lavorato con i migliori registi italiani.
Il Maestro ha acconsentito a raccontarsi in esclusiva ai lettori del ilcorrieredabruzzo.it, arricchendo con la sua testimonianza  la nostra inchiesta sul linguaggio musicale.
Conosciamolo meglio.


F.F. Nasci a Scordia (CT) nel 1968. Orgoglioso delle tue radici siciliane, non le dimenticherai mai, anzi le enfatizzi ogni volta permeandone la tua espressione artistica, vero?
Sì, la mia Sicilia, quella che cambia totalmente nel breve arco di 100 kilometri, passando dal deserto più brullo, alla neve dell’Etna, ai boschi limitrofi così come ai paesaggi lunari, rivive continuamente nella commistione di cui sono frutto le mie composizioni.


F.F.  Andiamo per gradi. Ti formi come pianista, studi quindi Discipline della Musica presso l’Università di Bologna. Inizi, però, al fianco di un conterraneo, al quale sei legato da un rapporto di profonda stima ed amicizia: Franco Battiato, di cui sei stato assistente. Come nasce la tua predilezione per il cinema?
In maniera molto naturale. Facevo entrambe le cose, ero sempre più curioso, volevo allargare la mia esperienza. Così, scrivevo parallelamente musiche di scena per varie compagnie teatrali. La mia volontà, inizialmente, a dire il vero era quella di scrivere canzoni, ma ogni volta che le facevo ascoltare a Franco la risposta era sempre quella: dovresti dedicarti al cinema. Al tempo la prendevo male e mi sentivo in qualche modo sminuito, ma in realtà lui era stato profetico.


F.F. Inizi quindi l’attività di compositore di colonne sonore con il film televisivo “La Piovra 8” (1997, Rai) di Giacomo Battiato…
Già, questo cognome ricorre molto spesso nella mia vita, e in maniera del tutto casuale, dato che Franco e Giacomo non sono nemmeno lontanamente parenti. In siciliano “Battiato” significa “battezzato”, e in effetti per me è stato proprio così. Dopo aver ascoltato dei miei provini, Giacomo Battiato mi ha proposto di scrivere le musiche per un suo film, dando a un ragazzo di 27 anni una grandissima prova di fiducia, nonché una grossa dose di responsabilità. Insomma, un’occasione inaspettata come può esserlo per un ragazzo di quell’età, ma anche una grande opportunità per cui lo ringrazio tutt’oggi.


F.F. Arrivano gli altri successi. Un titolo che prediligi rispetto ad altri?
Dopo aver composto le musiche per la “Piovra”, ha avuto inizio il sodalizio con Gabriele Muccino. Tra il 1998 e il 2003 abbiamo lavorato insieme in quattro film: “Ecco Fatto”, “Come te nessuno mai”, ”L’ultimo Bacio” e “Ricordati di me”.  Tra questi “L’Ultimo bacio” ha ricoperto sicuramente un ruolo importante nella mia carriera, quindi per questo occupa un posto particolare nel mio cuore. Ma ogni film ha un suo valore peculiare per me: come dimenticare il primo tema, quello che coincide come il mio battesimo, come dicevamo, ossia la Piovra 8? E poi, ci sono Caos Calmo, Romanzo Criminale. Un’altra colonna sonora che sembra essere rimasta nel cuore di tante persone è quella scritta per il film di Padre Pio…
 
F.F  Ci spiegheresti perché?
Perché a distanza di ben 11 anni, c’è ancora chi mi scrive di aver accresciuto la propria Fede e spiritualità proprio dopo averla ascoltata. E questo è un grande regalo per me.


F.F. A cosa si ispira la tua musica?
A quello che vivo, a ciò che vedo attorno a me. Non ho un autore di riferimento. Forse, a dover proprio indicare una fonte, potrei suggerire la mia terra, o meglio le sue infinite sfaccettature, dovute a tutte le dominazioni cui è stata soggetta, che, sebbene dolorose, ci hanno lasciato una così importante eredità culturale. Mille commistioni che convivono, da quella araba a quella francese, spagnola, greca e normanna.  Mi piace mischiare i generi, i sapori, gli umori, cosa che il mio mestiere consente, perché posso proporre temi di ispirazione diversa anche in un'unica pellicola.


F.F. Non  ambisci ad un Oscar?
La mia unica ambizione è fare sempre ciò che più mi piace e lavorare con la stessa passione ad ogni film. Le aspettative riducono la gioia.


Federica Ferretti


© Riproduzione riservata

domenica 11 gennaio 2015

Inteviste eccellenti: il Carmelo Sardo di Malerba



La Malerba che non brucia piu':ce la racconta Sardo


Dalla Rubrica Le Eccellenze
Mercoledì 11 Giugno 2014 - 06:55,  Federica Ferretti





Il tema caldo, dalla drammatica attualità, della "fine pena mai", sta per essere   raccontato  in un modo diverso, per tanti, troppi versi, addirittura toccante.
Carmelo Sardo, il noto giornalista del Tg 5, in verità già nostro ospite, è appena uscito con il suo Malerba (Mondadori).
E torna oggi sul nostro Corriere, in una maniera altrettanto  inaspettata, fin quasi soprendente: ha scelto così di contribuire alla nostra inchiesta sulla scrittura-giornalismo.



F.F. Il carcere è un tema caldo, un tema con cui occupare le pagine di cronaca certi di fare scalpore. Nell’ottica di Carmelo Sardo, noto giornalista del Tg5, che ha scritto il suo secondo libro “Malerba” a quattro mani con l’ergastolano Giuseppe Grassonelli,  no. C’è umanità nel suo raccontare la “fine pena mai”. Che vuol dire?
La nostra costituzione prevede che il carcere serva a recuperare chi ha sbagliato, non a punirlo. Deve cioè restituire alla società uomini nuovi, diversi, tornati nella legalità. Conosco personalmente storie di criminali che sono entrati in carcere come uomini a perdere, e che invece, seguiti adeguatamente da educatori, da personale qualificato, da docenti universitari che svolgono un lavoro silenzioso ma efficace, si ritrovano e imboccano straordinari percorsi di recupero. Io ho passato a 20 anni,  9 mesi in un carcere di massima sicurezza come agente di custodia per il servizio militare ed ho trovato più umanità in quel carcere che in molti ambienti della vita sociale.
F.F. Cosa hanno visto e vedono gli occhi di Carmelo?
Dentro ho visto la voglia di riscatto, di rinascita di chi ha sbagliato e con dignità sta scontando la sua pena. Fuori vedo, specie nei palazzi del potere, un preoccupante disincanto verso le esigenze fisiologiche dei condannati. Basti guardare le condizioni pietose in cui versano le nostre carceri e i continui bacchetta menti dell’Europa al nostro paese che non fa abbastanza per rendere più civile e decorosa la detenzione.  
F.F. Perché tanto interesse e “familiarità” con una simile tematica?
Proprio perché ci sono passato. Come dicevo prima ho fatto il militare nel corpo della polizia penitenziaria e ho toccato con mano una realtà che da fuori uno non immagina neanche. Dietro le sbarre ci sono uomini veri, padri di famiglia, mariti, figli, che sanno di aver sbagliato ma non per questo bisogna chiudere loro la porta in faccia. Ho passato lunghe notti di servizio a parlare con loro, a sentire le loro ansie, le loro angosce, pentiti degli errori e pronti a dimostrare di essere diversi, nuovi.

F.F. Chi è Malerba davvero?
Malerba è un uomo straordinario, di un’intelligenza fuori dal comune. Un uomo entrato in carcere a 26 anni semianalfabeta e dopo 22 anni di dura prigione, oggi è un uomo di grande cultura, laureato in lettere  moderne con 110 e lode. Malerba, erba tinta, erba cattiva, è Giuseppe Grassonelli, come veniva chiamato nella sua Porto Empedocle quando era un ragazzo. Poi un giorno gli hanno sterminato la famiglia, la mafia voleva morto anche lui, e il destino lo ha trascinato in una storia drammatica contenuta nel libro che abbiamo scritto insieme, Malerba appunto, edito da Mondadori, collana Strade blu.  
F.F. Sei venuto in Abruzzo, precisamente nel carcere di Sulmona per discuterne. Cosa pensi della nostra regione anche alla luce di questa “visita”?
Abbiamo parlato di “fine pena mai” e ho potuto apprezzare le sensibilità vere degli abruzzesi sollecitati su un tema così delicato. Vi hanno preso parte oltre 500 persone, e non solo professionisti, ma anche comuni cittadini, abruzzesi che hanno scaldato le corde più recondite dell’animo di fronte al dramma vissuto dagli ergastolani che sono intervenuti con le loro angosciose storie. L’Abruzzo è una terra cosi’ meravigliosa, pensate che lo stesso Giuseppe Grassonelli, quando l’hanno trasferito qui nel carcere di Sulmona e ha notato cosa si vedeva dalla sua cella, mi ha raccontato di non aver dormito la notte incantato a guardare le montagne che non aveva mai visto in altre carceri e ad annusare l’aria d’Abruzzo.  
F.F. Pensi che Il tuo Giuseppe Grassonelli possa davvero essere riabilitato da una simile esperienza?E mi riferisco alla vostra avventura letteraria, perché lui è condannato all’ergastolo, giusto…?
Grassonelli è un uomo diverso, nuovo, cambiato, un’intelligenza che meriterebbe di essere restituita alla società. Ma ha subito l’ergastolo ostativo che non gli permette di accedere ad alcun beneficio: neppure un’ora di permesso per tutto il resto della sua vita. E credo sia un’inciviltà specie se pensiamo che altri criminali che hanno ucciso perfino poliziotti, sono in semilibertà dopo 20 anni di carcere e lui che ha ucciso mafiosi e sicari per sopravvivere e per vendicare i suoi cari, è destinato a marcire in una cella. 
F.F. Ti sentiresti di maturare una proposta di legge dopo questa tua-vostra esperienza così particolare?
Non spetta a me, semplice giornalista e scrittore, farlo. Ma ci sono associazioni che da anni si battono per questo con orgoglio e dignità e stanno raccogliendo sempre più consensi che prima o poi il governo dovrà rendersi conto che l’ergastolo ostativo è una pena di morte per i vivi. Sono fiducioso. F.F. Quanto ti ha ispirato l’avventura cinematografica dei fratelli Taviani “Cesare deve Morire”?
Non mi ha ispirato per niente perché non ho neppure visto il film e capisco che è una mia lacuna.

F.F. Secondo te, questa forma di punizione così estrema e per tanti troppi versi disumana, ha ancora un senso nelle carceri italiane?
Non ha più alcun senso, ma attenzione, solo per chi dimostra di essersi recuperato. Chiaro che per un mafioso all’ergastolo che dal carcere continua a lanciare minacce contro tutto e tutti e soprattutto contro i magistrati, come Totò Riina per intenderci, non merita alcun beneficio. Io  mi riferisco solo ai tanti Grassonelli sepolti nelle nostre carceri che sono diventate persone a cui affideresti i tuoi figli.  
F.F.  Cosa  senti di poter aggiungere a quanto già detto -fatto -proposto su questo tema?
Mi piacerebbe che chi governa questo paese andasse in carcere a incontrare i tanti Grassonelli, a passare con loro mezza giornata in cella, come ho fatto io. E chissà, forse capirebbero.


Federica Ferretti



© Riproduzione riservata

Interviste eccellenti: Carmelo Sardo

Come vi annunciavo, tra le emozionanti interviste che sono lieta di riproporvi, ecco le due rilasciate da un collega giornalista /autore Mondadori,  nonchè Vice capo redattore cronache Tg5,

Carmelo Sardo,

vincitore del premio Sciascia 2014,

che ho avuto l'onore e l'onere di ospitare prima nella Rubrica Cultura e poi, come leggerete nel prossimo post, ne 

Le Eccellenze,  sulla vecchia "storica" edizione on-line de 

IL CORRIERE D'ABRUZZO.

 

 

dalla Rubrica Cultura di

Giovedì 27 Giugno 2013  - 17:10,  
Federica Ferretti
@cantocignorosso

Il giornalista del Tg5 Carmelo Sardo ci racconta il suo libro 





L’Abruzzo è lieto di accogliere un giornalista di spicco, che ha scelto l'Aurum di Pescara, per presentare al pubblico il suo “Vento di Tramontana”, venerdì 28 giugno.
Il famoso giornalista del TG5, l'agrigentino Carmelo Sardo, affronta sotto forma di romanzo, il delicato tema delle situazioni delle carceri italiane, ovvero della vita che si svolge al loro interno.
L’ennesimo appuntamento di White 30, la manifestazione con cui, per tutto il mese di giugno l’Aurum ha dato voce a giovani autori di ogni forma artistica.
 

F.F. Quando ha iniziato a spirare il tuo Vento di tramontana? Carmelo Sardo. E’ una storia che mi portavo dentro come una forma di ossessione da più di vent’anni, da quando mi ero congedato dal servizio militare che svolsi nei primi anni '80 come agente di custodia assegnato nel famigerato carcere di massima sicurezza di Favignana,(Favonio nel romanzo), in Sicilia. Quell’esperienza a tratti atroce, devastante, in stretto contatto con detenuti fine pena mai, mi ha segnato profondamente. E’ stata per me uno svezzamento. La maturazione di un ragazzo che si fa uomo vivendo per nove mesi la realtà di un carcere con i suoi codici, le sue leggi non scritte, dove infine si scoprirà assieme a varia disumanità, anche tanta voglia di riscatto tra i detenuti; il bisogno di rifarsi una verginità etica; di redimersi. Come un ex boss condannato all’ergastolo che “sfrutta” l’amicizia con la giovane guardia per raggiungere il suo nobile obiettivo che non svelo per non far perdere al lettore il piacere della scoperta.  
F.F.Un argomento di sconvolgente attualità. Cosa ne pensi dei provvedimenti presi a tal riguardo dal governo?  
Carmelo Sardo. Si dice che il senso civico di un paese si misura dalle condizioni delle proprie carceri. Purtroppo le nostre carceri sono tra le peggiori al mondo. Sovraffollamento e fatiscenza di strutture non rendono la detenzione consona ai dettami della costituzione. E’ necessario prendere provvedimenti, e la linea del governo mi sembra sia stata tracciata nella giusta direzione. Bisogna alleggerire la popolazione carceraria e al contempo aumentare i posti. Che serva o meno un indulto non sta a me giudicarlo. Ma certo poter scontare gli ultimi residui di pena negli istituti preposti al recupero sociale, o a casa, per i detenuti con reati meno gravi, la trovo una scelta condivisibile.  
F.F. Un balzo nel passato: quando e perchè inizi ad occuparti di giornalismo...  
Carmelo Sardo. Per caso, grazie alla conoscenza fortuita con un giornalista della mia città, Agrigento, che mi soccorse e mi portò in ospedale dopo un incidente stradale che ebbi con la mia “vespa”. Dopo qualche tempo lo incontrai di nuovo e il destino volle che lui fosse appena diventato direttore di una tv privata locale e mi propose di fare un provino di conduzione del telegiornale: avevo la voce impostata dai miei precedenti corsi di recitazione e di canto, andò bene, e la sera stessa della prova mi mandò in onda in diretta. Era il 1983 e il giornalismo cominciò ad appassionarmi e mi fece abbandonare l’obiettivo che avevo di fare l’avvocato. Non mi sono mai pentito. 
F.F. Come sei arrivato a scegliere questa professione? 
Carmelo Sardo. Come ho detto sopra non l’ho scelta. E’ lei che ha scelto me diciamo così.  
F.F. Una storia che ti è rimasta particolarmnete impressa. 
Carmelo Sardo. In trentanni di carriera ce ne sono tante, troppe. Ma se devo isolarne una direi la drammatica uccisione nel 1990 del giudice Rosario Livatino. Fui il primo giornalista a giungere sul luogo dell’agguato e a vedere il giovane magistrato morto in una scarpata in fondo alla campagna agrigentina. Mi colpì parecchio la morte solitaria di quel giudice ragazzino, come lo ribattezzò l’allora capo dello stato Cossiga.  
F.F. Una storia che non avresti mai voluto raccontare.  
Carmelo Sardo. Tutte le morti tragiche di bambini. E purtroppo mi è successo di raccontarne molte. Da quella del piccolo Di Matteo, il figlio del pentito Santino, sciolto nell’acido dalla mafia, a quella del piccolo Tommaso Onofri massacrato dal suo rapitore. La crudeltà umana non ha limiti.  
F.F. Come e perché scegli di partecipare al nostro White?  
Carmelo Sardo. In realtà sono stato contattato dal responsabile della struttura organizzativa, Luca Russo, che mi conosce da tempo e ha sempre seguito la mia attività e gli sono grato per avermi onorato di chiudere questa rassegna che mi sembra di alto profilo culturale. 
F.F. Un balzo nel futuro… Hai già un altro libro nel cassetto? Carmelo Sardo. Ho due libri nel cassetto. Ma preferisco non anticipare nulla per ragioni contrattuali. Spero che presto vedano la luce. 
F.F. Un saluto ed un augurio per i lettori del nostro corriere… Carmelo Sardo. Un consiglio innanzi tutto; di leggere, leggere leggere. Di tutto. Dai classici, ai quotidiani, ai siti on line. Leggere non per istruirsi, ma per vivere come diceva Flaubert. E l’augurio che con tenacia e determinazione ciascuno centri i propri obiettivi. Un caro simbolico abbraccio a tutti e benedetti voi che vivete un questa terra magnifica che è l’Abruzzo.

© Riproduzione riservata


A Grande Richiesta, tornano le interviste che avete amato...

Cari amici, a grande richiesta, torna in pubblicazione una selezione delle interviste che avete amato di più nel momento in cui ero tirocinante presso 




Ora, da giornalista,  il vostro affetto e dedizione, mi commuove ancor più, per cui non posso procrastinare oltre la decisione di accontentarvi!




Tutti pronti  per la full-immersion nella memoria delle varie rubriche curate?



Restate con me, e con i nomi abruzzesi ed italiani che hanno creduto nella forza delle mie  parole....

 



venerdì 26 dicembre 2014

Lo Staff vi augura Buone Feste con un Canto speciale...

Lo Staff è lieto di condividere con voi " Se io ti avessi ancora", un canto di Natale della poetessa e scrittrice/giornalista abruzzese Federica Ferretti su presepe d'autore di Antonio e Federica Ferretti.
Con i nostri migliori auguri per delle feste natalizie serene ed un anno di prosperi incontri e felicità.


La metafora dell'umanità attuale che si rivolge al Bambinello in culla, è racchiusa nel seguente testo:


Se io ti avessi ancora tra le braccia mie di donna
ti ripararerei anche stanotte dal freddo così pungente,
da quello del mondo come dal grido del nostro dolore inerme,
ti proteggerei meglio di quanto feci
quando non ti riconobbi la prima volta.
Con il mio corpo, amore fanciullo, sul tuo cuore farei scudo.
Vestirei subito d’affetto l’uomo spogliato di dignità,
sazio solo di inutile sofferenza e troppa, diversa, povertà.
Eppure, in questa notte buona ,
scorgo ancora un po’ di luce
persino laddove sembra non sia mai arrivata,
per ogni sguardo che lanci nei confronti di quell’ altro uomo
che ti chiede la pietà.
Ma non posso impedire che tu nasca.
e muoia di nuovo in giovane età.
Posso però accarezzarti con il pensiero,
raccontando la tua storia al fratello
che ha ancora paura
della solidarietà.


Tutti i diritti sono riservati.
La colonna sonora è coostituita da Rosa Aeternet Floret, melodia di Praetorius su arrangiamento di M. Danna.